Numero 1/2008

I Costi del Non Fare
Le infrastrutture tra progressi e ritardi.
Come rimuovere gli ostacoli?

Interventi di Fabrizio Palenzona, Mario Ciaccia, Claudio Romiti, Piergiorgio Cavallera e Gianni Armani

Speciale WEC - World Energy Council
Contributi di Paolo Scaroni e di Anne Lauvergeon

Verso i mercati liberi dell'elettricità e del gas
Interventi di Federico Testa e di Fulvio Conti

Il bilancio delle aggregazioni: i primi 5 anni di Hera
di Filippo Brandolini

> Observatory on Alliances and Strategies in the Pan-European Utility Market - Rapporti 2008

> Qualità dei servizi locali e "capitale sociale"

> Trattamento dei rifiuti urbani e resistenze sociali

> Facility Management in Sicilia

> L'accountability nei servizi pubblici

> I mercati all’ingrosso di gas ed elettricità nel 2007

Academy

La sezione Academy raccoglie i contributi di studiosi e ricercatori che, in via esclusiva o incidentale, si occupano dei settori dei servizi di pubblica utilità. Questa sezione vuole rafforzare il collegamento, spesso troppo esile e non scevro di incomprensioni, tra sistema produttivo e sistema accademico. Il taglio dei lavori, pur mantenendo il rigore necessario garantito da un qualificato sistema di referaggio anonimo, deve avere apprezzabili ricadute applicative. La forma espositiva deve porre in grado anche i non addetti ai lavori di cogliere i significati fondamentali.
Il contributo di Roberto Cartocci e di Valerio Vanelli sviluppano una tematica complessa ma assai rilevante e cioè il rapporto tra qualità dei servizi e capitale sociale, nozione sostanzialmente riconducibile al senso civico, evidenziando delle situazioni articolate nelle varie realtà del Paese. La conclusione, per certi aspetti scontata ma molto bene elaborata e articolata dagli Autori, è che si assiste a circoli virtuosi, prevalenti al nord ma non assenti nel sud del Paese, ove senso civico e qualità dei servizi vanno a braccetto; mentre vi sono situazioni opposte, prevalenti al sud ma talvolta anche presenti al nord, dove invece convivono bassa civicness e assai contenuta qualità dei servizi. Qui il vero problema non è tanto dimostrare questo fatto, quanto mettere a fuoco le modalità per superare un divario che sembra sempre più accentuarsi. Cosa non facile, in vero…
Il lavoro di Carlo Amenta, Paolo Di Betta e Gandolfo Dominici dell’Università di Palermo è il risultato di un ricerca prevalentemente empirica sul ruolo del Facility Management in Sicilia. Questo studio si innesta su un filone assai promettente e, nel complesso, poco esplorato che attiene alla gestione di immobili ed infrastrutture, pubbliche e non, filone da noi avviato con un pregevole lavoro di Mauro Sciarelli, apparso su questa Rivista nel numero 2/2007, e seguito da un contributo di Alessandra Garzarella nel numero 3/2007. In questa sede, gli Autori, dopo un breve inquadramento teorico, esaminano alcuni casi su come è affrontata la questione da parte di enti pubblici siciliani: Regione Siciliana, Provincia di Palermo e Comune di Palermo. Il quadro che emerge appare articolato ed evolutivo. L’esperienza della Regione sembra tendere a obiettivi ambiziosi di una gestione strutturata e razionale. Diverse sono invece le circostanze che caratterizzano gli altri due enti locali. Emerge, anche se non dichiarato dagli Autori, che ancora molto vi è da fare e che anche le esperienze che appaiono promettenti devono dimostrare nei fatti che lo sono. Da parte nostra, continueremo a seguire questo filone di studi con grande attenzione, anche con lo scopo di mettere a fuoco strade per migliorare un segmento gestionale pubblico strategico per il nostro Paese.
Lo studio di Claudio Becagli esamina in chiave comparativa l’andamento in Europa delle politiche di gestione dei rifiuti, soprattutto urbani negli ultimi anni. Il contributo appare di particolare pregio soprattutto nella parte in cui sviluppa delle riflessioni sul ritardo relativo di alcune zone del Paese nella adozione delle tecnologie di termovalorizzazione. L’Autore sostiene come tale ritardo sia imputabile anche alle opposizioni sociali (il fenomeno Nimby) che si sono sviluppate in numerose occasioni. Ma le conclusioni sono ben diverse quando si osservano i casi in cui le resistenze sono state minori e più facilmente si è arrivati alle realizzazioni: non è tanto l’adozione di procedure partecipate che conducono a risultati apprezzabili (il riferimento è alla Convenzione di Aahrus e alle indicazioni qui fornite) quanto alla credibilità e qualità del sistema politico-amministrativo che gestisce i processi. Ma qui si torna su una questione centrale per lo sviluppo del nostro Paese, che però sembra trovare sistematica conferma ogni volta che si esaminano situazioni che non procedono nel modo auspicato. Ma oramai che l’esistente sistema politico sia in crisi è una ovvietà: il vero problema è come superare l’empasse.


Competitive Intelligence

La sezione Competitive Intelligence ha lo scopo di mettere a fuoco le tendenze di fondo delle dinamiche competitive nei vari comparti delle public utilities. La prospettiva è senza dubbio internazionale, atteso che oramai le barriere sono per molti aspetti ridotte, anche se non completamente sparite.
Due contributi, di Federico Testa e di Fulvio Conti, che si riferiscono ad un seminario dei deputati de L’Ulivo (ora sarebbe meglio dire del Partito Democratico), tenutosi a Frascati, (Villa Tuscolana) l’11 settembre 2007. Il titolo dell’incontro era “Idee per il cambiamento” e quello della sessione di riferimento “Verso i mercati liberi dell’elettricità e del gas”. È la prima volta che ospitiamo iniziative con un taglio politico-partitico ma credo si tratti di una scelta utile e opportuna. Sia perché, in realtà, si tratta di questioni fondamentali per lo sviluppo del Paese, sia perché - mi scuso per la banalità - tali temi non hanno (o non dovrebbero avere) un vero colore politico. L’auspicio è che vi siano ulteriori opportunità per dare spazio a punti di vista diversi.
Il contributo di Federico Testa, che in realtà introduce la sessione sopra indicata, ricompone il quadro della situazione del Paese circa le politiche energetiche, collegandosi anche al tema della riforma dei servizi pubblici locali. L’intervento, condivisibile da molti punti di vista, tocca però una questione su cui credo siano necessari approfondimenti. Si tratta delle terzietà della rete di distribuzione del gas, ritenuta dall’Autore quanto meno una concausa del mancato decollo della liberalizzazione dei mercati. Quella del gas, a mio modo di vedere, è una questione troppo articolata e complessa, e soprattutto strategica per l’Italia e l’Europa, per pensare di risolverla con soluzioni del tutto condivisibili sul piano teorico ma assai rischiose sul piano pratico. Si veda anche al proposito il contributo di Paolo Scaroni dell’Eni in questo numero della Rivista. A mio parere, ma il tema meriterebbe ben più spazio, la liberalizzazione dei mercati non deve essere un Totem a cui si sacrifca tutto ma deve diventare oggi una (eventuale) conseguenza di una più efficace strategia energetica dell’Europa allargata. D’altronde, la prudenza dei Governi europei sul tema è sintomo della necessità di rivedere certe impostazioni che astraggono dalle dinamiche mondiali nei comparti in esame e che si sono in vero anche dimostrate inefficaci nel perseguire almeno taluni obiettivi.
L’intervento di Fulvio Conti, condividendo il quadro preoccupato esposto da Testa, traccia le possibili strategie di uscita da una situazione dove le soluzioni sono comunque complesse e non immediate. L’ovvio riferimento è a quanto sta facendo ed intende fare Enel. Rinnovabili, risparmio ed efficienza energetica, dominio del più alto numero possibile di tecnologie emergenti, ricorso al nucleare, rafforzamento della presenza internazionale sono alcune delle direttrici indicate dall’Autore.

Professional

La sezione Professional dà voce a tutti i soggetti che operano nei settori dei servici pubblici o che sono ad esso interessati: amministratori pubblici locali, regionali e nazionali, manager di aziende, dirigenti di associazioni di categoria; ma anche imprese fornitrici di beni e di servizi, banche d’affari, studi legali, società di consulenza, professionisti, e via dicendo. L’obiettivo è di porre in luce esperienze significative vuoi per l’innovatività dell’approccio, vuoi per la rilevanza degli attori. Il taglio della sezione intende dare spazio anche ad una visione internazionale delle tematiche.
Il primo contributo è di Andrea Cirelli. Esso si accentra sul tema del rendere conto in modo responsabile per tenere fede agli impegni presi, e dei collegati indicatori di accountability. Il lavoro sviluppa delle considerazioni su come più efficacemente perseguire e comunicare trasparenza, riferendosi, da un lato, ai Key Performance Indicators della Autorità inglese nell’idrico (Ofwat); dall’altro, sollevando delle perplessità su come certe società “certificano” l’ottemperanza a principi ed obiettivi; ed infine, ricordando come anche la corporate governance debba avere al centro la questione del rendere conto. Il tema è senza dubbio fondamentale e meriterebbe ben maggiore attenzione di quanta fino ad oggi data, soprattutto nei settori ambientali dell’idrico e dei rifiuti, mentre in quelli dell’energia, grazie all’eccellente lavoro svolto dalla Aeeg, la situazione è più sotto controllo.
Il secondo pezzo è il consueto apporto di Peter Crilly che fa il punto sull’andamento nel corso del 2007 dei mercati all’ingrosso di elettricità e gas, oltre che su quello dei diritti di emissione. Circa le prospettive, l’Autore sottolinea come nel corso del 2008 dovrebbero aumentare le forniture di gas per circa 17 miliardi di mc grazie all’avvio del rigassificatore di Rovigo, e del rafforzamento del TTPC e del TAG. E ciò dovrebbe riflettersi anche nello sviluppo del PSV. Circa quello dell’elettricità la situazione è molto più incerta anche perché, se l’Acquirente Unico è corto e dovrà approvvigionarsi sui mercati spot, gli altri operatori sono lunghi ed inversamente esposti ai prezzi spot. In questo quadro sembrerebbe che l’Enel, cioè il principale soggetto influenzante i prezzi, potrebbe essere interessata a prezzi spot più elevati. Infine, con riguardo ai certificati di emissione, le scelte di politica energetica sia europee che degli Stati Uniti con la futura amministrazione appaiono i fattori cruciali a dettare i futuri andamenti dei valori. Staremo a vedere…

Speciale I Costi del Non Fare
 

La Rivista è l’organo di diffusione dell’attività e dei risultati dell’Osservatorio su I Costi del Non Fare (www.costidelnonfare.com). L’Osservatorio, sostenuto da primarie imprese, associazioni e istituzioni interessate allo sviluppo del sistema infrastrutturale del Paese, ha l’obiettivo di monitorare i processi di realizzazione delle opere, in una prospettiva di crescita economica e sociale e nel rispetto degli obiettivi e dei vincoli ambientali. L’attività si svolge attraverso la realizzazione di studi ed indagini promosse dai partner dell’iniziativa. In questo numero ospitiamo alcuni degli interventi dei partecipanti al seminario dal titolo: “Le infrastrutture del Paese tra progressi e ritardi. Come rimuovere gli ostacoli?” tenutosi a Roma il 15 novembre 2007 presso la Sala delle Colonne alla Camera dei Deputati.  Si tratta dei contributi di Fabrizio Palenzona (Presidente di Aiscat), di Mario Ciaccia (Amministratore Delegato di Banca Infrastrutture e Sviluppo), di Claudio Romiti (Presidente di Comieco), di Piergiorgio Cavallera (Presidente di Pkarton)  e di Gianni Armani (Responsabile Pianificazione e Sviluppo rete di Terna). Nel complesso uno spaccato interessante dell’industria italiana. Vorrei sottolineare qui la rilevanza non solo del concetto dei Costi del Non Fare - di cui abbiamo ampiamente discusso in varie occasioni anche in questa Rivista (si veda il 4-2007) - ma anche di quello, assai prossimo, dei Benefici dell’Avere Fatto. Ciò significa misurare a posteriori, quindi su basi decisamente più solide (anche se sempre condizionate da visioni soggettive), il vantaggio di avere realizzato specifiche scelte politiche ed infrastrutturali. Ci sia consentita una nota di soddisfazione. Il lavoro fatto in questo anni per veicolare il messaggio che anche non fare costa sta dando risultati per certi aspetti maggiori del previsto. Non che questo significherà una improvvisa e fragorosa accelerazione di tutti i progetti infrastrutturali. Ma sicuramente si sta diffondendo l’idea che l’immobilismo aprioristico, qualunque sia la sua motivazione, ha un costo che può assumere livelli straordinariamente onerosi. Infatti, basta fare un giro su internet e cliccare “costi del non fare”  per rendersi conto di come il concetto si stia diffondendo a vari livelli: non solo le principali testate giornalistiche e radiotelevisive hanno dato ampio risalto al tema, ma anche mezzi di comunicazione minore o di altro genere hanno raccolto lo stimolo. (Si veda  al proposito su www. costidelnonfare.com una sintesi della rassegna stampa). Così, ad esempio capita che nel blog di Grillo sia citato il nostro lavoro e che qualcuno risponda ironicamente che “li pagheremo tutti i costi del non fare”, nel senso che è comunque meglio l’immobilismo. Se chi fa questa osservazione è coetaneo di Grillo, è bene che sappia che i costi del non fare non li pagherà mai lui - ormai troppo vecchio - ma le future generazioni a cui con l’inerzia lasciamo un Paese con infrastrutture sempre più da terzo mondo.

Speciale World Energy Council
 

Nel mese di novembre del 2007 si è tenuto a Roma la ventesima edizione del World Energy Congress a cura del World Energy Council; non accadeva da 15 anni in Europa ed è stato senza dubbio un evento di grande rilievo che ha visto a raccolta praticamente tutti i paesi del mondo a discutere sul futuro dell’energia. Dei numerosi contributi offerti, ne abbiamo voluto selezionare due: uno di Anne Lauvergeon, amministratore delegato di Areva, l’azienda pubblica francese dedita all’energia nucleare, e uno di Paolo Scaroni, amministratore delegato di Eni. L’intervento di Anne Lauvergeon, che è stato quello di apertura dell’evento, colpisce poiché, pur essendo chiaramente sviluppato da un soggetto interessato e non parziale (tutto ciò è ovviamente del tutto legittimo), mette con chiarezza in fila le questione più importanti della scelta del nucleare. Si tratta di questioni note a chi si occupa della materia e non nuove che, tuttavia, impongono ad ogni governo del pianeta una attenta riflessione prima di sposare o rinnegare tale tecnologia. Anche i governi dei paesi in via di sviluppo o più poveri, sostiene l’Autore, possono e devono valutare il nucleare come una chiara opzione anche perché le risorse finanziarie potrebbero esserci. Ma l’Autore sottolinea anche le complessità della scelta, collegate ad un percorso non facile e non breve, lungo il quale si deve incamminare chi opta per la soluzione in questione. Con questo articolo vogliamo anche - come Rivista – contribuire ad avviare un dibattito in materia anche nel nostro Paese; certo, dovremo farlo dalla prospettiva prevalente della Rivista, che è quella economica, finanziaria e gestionale. Su un punto particolare vorremmo soffermarci nei prossimi numeri e cioè sulla questione della economicità del nucleare rispetto alle altre fonti. La Lauvergeon sottolinea che numerosi studi confermano tale ipotesi, ed anche banche d’affari sono orientate in tal senso. Vedremo; a noi piacerebbe che anche su questo aspetto ci fosse chiarezza e non ci si limitasse a prese di posizione preconcette, troppo diffuse nel nostro Paese e spesso latrici di risultati disastrosi. Il secondo pezzo è di Paolo Scaroni e tratta della tematica del mercato del gas naturale, ove Eni è come ben noto fortemente impegnata in tutto il mondo. Le sue considerazioni sono franche, ironiche è difficilmente contestabili. L’Europa, che discute di tutto con grande foga e dovizia di particolari, non si è accorta che avrebbe accresciuto la propria dipendenza dal gas in misura rilevante. O meglio, se ne è accorta di improvviso a causa della crisi tra Ucraina e Russia del 2006 che ha minacciato le continuità delle forniture con impatti potenziali devastanti per molti paesi dell’Unione. Tale dipendenza è peraltro destinata ad aumentare e, comunque, a durare non poco. Il tema è dunque centrale e l’Autore non da ricette immediate e risolutive; indica però – implicitamente o esplicitamente - una serie di indirizzi da intraprendere per limitare i danni e i rischi. Non ultimo, quello di smettere di focalizzare l’attenzione solo sulle questioni interne all’Unione dimenticando che la vera sfida è nelle relazioni internazionali tra paesi consumatori e paesi produttori.

 

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